– Restaurato in 4K nel 2021 da StudioCanal presso il laboratorio Fotokem/Criterion a partire da un negativo originale, Mulholland Drive sarà distribuito nelle sale in Italia dal 15 novembre dalla Cineteca di Bologna, nell’ambito del progetto per la distribuzione dei classici restaurati “Il cinema ritrovato. Al cinema” –

Siamo nella soggettiva di qualcuno (una donna, come scopriremo dopo) che sta poggiando la testa su di un soffice cuscino e poi chiude gli occhi. Un attimo di nero e poi il momento musical che ci introdurrà in un mondo dei sogni in cui resteremo per quasi due terzi del film. Ci muoviamo all’interno di un universo in cui la realtà dei fatti sarà vista attraverso la lente egotica della soggettività della sognatrice e popolata da archetipi junghiani, simboli, allegorie e metafore, fino a quando la protagonista della storia non infilerà una chiave misteriosa in una scatola ancora più misteriosa e si desterà, tornando a quella vita reale da cui stava cercando disperatamente di sfuggire. Il resto del film non sarà altro che una ricostruzione di quanto realmente successo, in un processo di smascheramento operato con chirurgica precisione. Questo è, in parole poverissime, Mulholland Drive di David Lynch, nona pellicola del regista e penultima tra le sue fatiche a raggiungere i grandi schermi di tutto il mondo, nel 2001. Secondo alcuni (tra cui Roger Ebert), si tratta di uno dei (bellissimi) film oscuri della filmografia di Lynch, da mettere in mezzo a Lost Highway (Strade perdute da noi, 1997) e Inland Empire (2006). Quel genere di pellicole del regista che è inutile provare a capire, perché è il regista stesso a non dare allo spettatore gli strumenti per farlo. Un significato esiste, sia chiaro, ma è totalmente referente alla psicologia del profondo di Lynch e Lynch non è interessato a fornire al pubblico gli strumenti per fargli capire cosa il film significhi per lui. Preferisce che ogni spettatore arrivi alla sua “soluzione” del tutto personale. Secondo altri, invece, Mulholland Drive è un film che appartiene al percorso “ordinato” di Lynch ed è da mettersi accanto a film intricati ma “risolvibili” come Blue Velvet (Velluto blu, 1986) e Wild at Heart (Cuore selvaggio, 1990), pellicole comunque non facili ma in cui allo spettatore viene fornita una chiave interpretativa che può portare a una soluzione largamente univoca. Chi vi scrive è un fiero sostenitore della seconda corrente, quella che crede che Mulholland Drive abbia una storia chiara e, tutto sommato, lineare. Anzi, mi spingo persino oltre, credo che il film, in termini di scrittura, sia tutto sommato la cosa più canonica che Lynch abbia mai scritto.

Una volta capito il meccanismo narrativo (è tutto un sogno la prima parte, è tutto vero la seconda), il resto arriva a cascata e basta un manuale “Jung for dummies” per capire la valenza e il significato dei vari momenti onirici. I due vecchi gentili che poi ridono della protagonista una volta saliti sul taxi? La paura di Betty/Diane che le persone, dietro una facciata amichevole, ridano di lei e delle sue aspirazioni. Il barbone mostruoso dietro la tavola calda? La colpa dell’orrore messo in moto proprio in quel luogo, nella vita reale. Il complotto ordito da personaggi misteriosi ai sui danni che impedisce al regista di talento (innamorato di lei) di avere il suo posto tra le star? La giustificazione dei fallimenti di una persona senza talento. E via dicendo.

Ma sapete una cosa? Il fatto di essere, tutto sommato, un “semplice” noir, smontato e rimontato attraverso una lente psicologica, non diminuisce per nulla la qualità del film che anzi, forse proprio per questo, è da ritenersi uno dei migliori della cinematografia moderna. Perché se è vero (e lo è) che Lynch non fa altro che scavare nel subconscio di Sunset Boulvard (Viale del tramonto, 1950), è ugualmente vero che lo fa con una sapienza, una consapevolezza, un’eleganza e una misura che avrebbero probabilmente lasciato ammirato anche Billy Wilder. La Hollywood degli anni d’oro di Tarantino è la fantasia escapista di un nerd, la Hollywood degli anni d’oro di Lynch sembra essere la testimonianza di un artista che quel mondo lo ha conosciuto davvero e che, per questo motivo, è capace di trasfigurarlo, tanto in un sogno, quanto in un incubo. In poche parole, se Once Upon a Time in… Hollywood (C’era una volta a… Hollywood, 2019) è un film che diverte a giocare con i classici, Mulholland Drive è un classico.

 

3 MOTIVI PER DEFINIRLO UN CLASSICO

– Sembra ovvio da dirsi ma non lo è: la regia vellutata di David Lynch

– La stupenda fotografia di Peter Deming

– Le musiche di Angelo Badalamenti

Credit foto: © Les Films Alain Sarde, Asymmetrical Productions, Babbo Inc.

 

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