Malesani: "Mi rivedo in Pep Guardiola. Tornare ad allenare? Solo per la Nazionale" | Il Foglio
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(foto Ansa)

l'intervista

Malesani: "Mi rivedo in Pep Guardiola. Tornare ad allenare? Solo per la Nazionale"

Antonello Sette

L'esempio del tecnico spagnolo, il fascino della Viola, il dispiacere per il Chievo e ora la nuova vita da produttore di Amarone. L'ex allenatore ci dice tutto

“E’ stata un’annata complicata per il caldo e la siccità. La quantità sarà scarsa, ma la qualità assolutamente fantastica”. Alberto Malesani da Verona, 68 anni vissuti in fretta, parla del suo amarone Giuva, come se fosse una squadra che ancora allena. Ha perso anche lei il conto di quante ne ha allenate? “In serie A mi sembra siano state undici: una squadra intera!”. Perché Giuva? "E’ l’acronimo che mette insieme le iniziali delle mie due figlie Giulia e Valentina, che lo producono con me”.

Chissà come è guardare il campionato da qui, dai vigneti di Trezzolano, nella Val Squaranto, dove, dopo una vita da girovago del pallone, Malesani vive e produce un pregiatissimo vino rosso. “Il calcio italiano, almeno a livello delle big, si è dato una svegliata e ha capito che, senza adeguati investimenti, non si va da nessuna parte. Vedo anche, però, che i talenti si acquistano all’estero, anziché provare a farli uscire dai vivai. Questa scelta alla lunga potrebbe rivelarsi una sciagura”. Se chiude gli occhi e si volta indietro, quale è stato l’attimo più bello? “Il più bello è stato quando ho vinto a Mosca la Coppa Uefa con il Parma. E, subito dopo, quello della storica promozione del Chievo in serie B”. E invece, il giorno che non avrebbe mai voluto vivere? “Quello della retrocessione del Verona. Immeritata e terribile”. Tornerebbe a Verona? “Visto come è andata, è stato professionalmente un errore, ma era stato il cuore a portarmi lì”.  

Alla domanda su quale allenatore si riveda oggi Malesani, la risposta è secca:   “Le potrà sembrare esagerato, ma io mi rivedo in Pep Guardiola”. E nella serie A, l’ex allenatore del Parma si è lasciato affascinare da una squadra in particolare: “La Fiorentina. Vincenzo Italiano è bravo, ha entusiasmo e idee innovative. Mi auguro che Comisso gli dia non solo tempo, ma anche grandi giocatori. Senza campioni non ha mai vinto nessuno. Neppure Guardiola, Mourinho e Ancelotti”. A proposito di progetti, se gli affidassero quello giusto, sarebbe pronto a rimettersi in gioco dopo otto anni trascorsi fra i filari? “Assolutamente no. Io con la testa e con il cuore sono concentrato qui. Nella mia amatissima azienda di famiglia. Se devo essere sincero all’ennesima potenza, le confesso che farei un’eccezione solo per la Nazionale, che avrebbe potuto chiudere compiutamente il cerchio della mia carriera”.

 

Malesani è stato un allenatore di successo, che ha creato dal nulla il fenomeno Chievo e vinto una Coppa Italia, una Coppa Uefa e una Supercoppa con il Parma. Non le sembra di essere stato dimenticato senza ragione? “Al di là dei media, quello che hai fatto non può sparire. Dovunque vada, i tifosi di tutte le bandiere mi chiedono di tornare nel mondo del calcio. Vuol dire che qualcosa di importante ho lasciato. E poi mi è rimasto l’affetto dei calciatori. Mi vengono in mente Rolando Maran e Paulo Sousa. Ultimamente è venuto a trovarmi Luis Oliveira. Loro non mi hanno dimenticato e per me conta molto più di un titolo a effetto sui giornali”. 

A proposito di affetti, hanno ucciso la sua creatura. “E’ proprio la parola giusta per quanto è accaduto. Il Chievo è stato ucciso. Mi rattrista molto. Era una famiglia, di cui ho fatto parte. E’ stata anche un’epopea. Pensi che per il primo derby fra Chievo e Verona si scomodò anche la Cnn. Il Chievo e la famiglia Campedelli sono stati abbandonati e traditi alla Federazione e dalla città. Dicono che solo chi è senza peccato scagli la prima pietra. Nel caso del Chievo, lo ha lapidato anche chi aveva peccato, nella stessa misura e anche di più”. 

E così, capita che il nuovo Malesani produttore di amarone sia assalito dalla saudade del rumore di un gol e del boato assordante del pubblico festante. “Mi viene ancora la pelle d’oca. Il gol è la grande bellezza del calcio. Quando io esultavo, fuori dalle righe, con i miei pantaloni corti di ordinanza, venivo criticato. Adesso lo fanno tutti. Klopp e Mourinho arrivano a correre all’impazzata per settanta metri. Vede, c’è un filo conduttore che lega tutta la mia vita. Senza passioni non mi sento vivo. Dopo ventisette anni da allenatore ad alti livelli, il calcio non può sparirti dall’anima, ma qui, fra i miei vigneti, sono felice. Ora alleno e voglio vincere qui”.

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