Il suo ultimo desiderio: la recensione del film Netflix con Anne Hathaway e Ben Affleck
telegram

Il suo ultimo desiderio: la recensione del film Netflix con Anne Hathaway e Ben Affleck

Arriva su Netflix il secondo film della regista Dee Rees, con Anne Hathaway, Ben Affleck e Willem Dafoe, tratto dal romanzo omonimo di Joan Didion

Il suo ultimo desiderio: la recensione del film Netflix con Anne Hathaway e Ben Affleck

Arriva su Netflix il secondo film della regista Dee Rees, con Anne Hathaway, Ben Affleck e Willem Dafoe, tratto dal romanzo omonimo di Joan Didion

Il suo ultimo desiderio
PANORAMICA
Regia (2)
Sceneggiatura (1.5)
Interpretazioni (2.5)
Fotografia (3)
Montaggio (1)
Colonna sonora (2)

Elena si occupa di giornalismo di guerra per il Washington Post, è specializzata in reportage investigativi su traffici di armi e droga in Centro e Sud America, portati avanti anche grazie agli interventi segreti della CIA. Dopo essere stata momentaneamente allontanata da questi temi per seguire la campagna elettorale per la rielezione di Reagan, a causa di un favore da fare al padre, affarista coinvolto in scambi loschi proprio riguardo al commercio di armi in Costa Rica, Elena si ritroverà coinvolta in prima persona in uno dei traffici che l’hanno resa una stimata reporter.

Tratto dal romanzo della grande scrittrice americana Joan Didion, Il suo ultimo desiderio avrebbe potuto essere un ottimo thriller giornalistico sul sistema imperialista statunitense e sul conflitto etico di una donna di principi divisa tra affetti e morale collettiva, ma la regista Dee Rees, che aveva invece convinto con la sua opera prima Mudbound, butta tutto in una confusione fine a se stessa, che annulla ogni empatia con i personaggi e con il contesto sociale e storico in cui è ambientato il film, complice anche una prova attoriale fin troppo sopra le righe e melodrammatica di Anne Hathaway.

A poco servono le pur buone interpretazioni di Willem Dafoe e Ben Affleck, nel ruolo rispettivamente del padre di Elena e di un ambiguo funzionario della Casa Bianca, per salvare un lungometraggio che da subito mostra una capacità d’amalgama pressoché inesistente tra le varie scene, che si mostrano come quadri quasi indipendenti drammaturgicamente l’uno dall’altro, raffiguranti una brutta copia di un film di spionaggio ben riuscito.

Lacune e pressapochismi che non possono non far pensare a problemi seri a livello produttivo durante le fasi di ripresa o di montaggio, tanto che la promozione stessa del film si è mossa su un evidente low profile, sbarcando su Netflix nel silenzio generale. Peccato, perché dietro a un film in evidente affanno si riescono comunque a intravedere le ottime potenzialità di un romanzo d’origine ben strutturato e interessante, che tocca molti punti caldi dell’ambiguità morale dell’Occidente, che affligge tanto la sfera pubblica quanto quella privata. Rappresentate entrambe dal personaggio di Elena, che incarna l’impossibilità dell’uomo e della donna comune di riuscire a mantenere un equilibrio etico effettivo, in un mondo continuamente diviso tra il benessere e l’ingiustizia da cui quel benessere attinge.

Probabilmente spaventata dalla portata di questi sottotesti Dee Rees, che ha firmato anche la sceneggiatura, ha preferito muovere il film incollandosi a un presunto coinvolgimento narrativo e di ritmo, puntando su più colpi di scena, disseminati piuttosto casualmente lungo tutto l’arco drammaturgico. I picchi di azione in questo caso tuttavia non fanno altro che disorientare ancora di più lo spettatore, che si ritrova, frustrato, a tentare di ricostruire i pezzi di un’opera che di riuscito non ha praticamente nulla.

Sarebbe stato allora più interessante e coraggioso muoversi verso un’interpretazione dell’opera più autoriale, virando del tutto verso il film spionistico, e sposandone quindi la studiata complessità della trama, invece di navigare a metà tra il melò, il thriller e il noir, senza identificarsi mai con nessuno di questi generi.

© RIPRODUZIONE RISERVATA