Terra e libertà

Terra e libertà

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Terra e libertà è uno dei pochi film in cui Ken Loach abbandona il panorama britannico e irlandese (con lui i soli Fatherland, La canzone di Carla, Bread and Roses) per mettere in pratica la sua visione internazionalista. L’occasione è la più storicamente compiuta, visto che il film si concentra sul fallimento della lotta repubblicana nella guerra civile spagnola, alla quale parteciparono socialisti, comunisti e anarchici di mezzo mondo. Un’opera retorica e anti-retorica a un tempo, raro esempio di film d’epoca che sceglie di mettere in moto la dialettica per affrontare il muro granitico della Storia.

¡A las Barricadas!¡A las Barricadas!

David Carr, un operaio inglese di Liverpool, muore per un colpo apoplettico sotto gli occhi della nipote. Rovistando tra i ricordi del nonno la ragazza trova articoli di giornali dedicati alla Guerra Civile Spagnola, cimeli, un foulard contenente del terriccio, e delle lettere. Leggendo queste la giovane viene a conoscenza dell’avventura del nonno in terra spagnola… [sinossi]
Alza la bandera revolucionaria
que llevará al pueblo a la emancipación
En pie el pueblo obrero a la batalla
hay que derrocar a la reacción
A las Barricadas, canto anarchico presente in Terra e libertà

Terra e libertà partecipa in concorso nel 1995 al 48º Festival di Cannes, dove ottiene sia il premio FIPRESCI che quello della giuria ecumenica. A partire dall’autunno esce un po’ ovunque in giro per il mondo, e in Italia arriva in sala sul finire di settembre, ottenendo un buon riscontro critico e un onesto risultato al botteghino. È una fase storica particolare, perché dopo il crollo del Muro di Berlino le socialdemocrazie europee stanno guadagnando terreno, grazie alla visione “progressista” della globalizzazione, la famigerata “terza via al socialismo” che produsse il sorgere di governi di centro-sinistra nel Vecchio Continente: una fase che prende ispirazione dal successo di Bill Clinton nelle presidenziali statunitensi (in grado di condurre al successo i Democratici dopo tre mandati Repubblicani consecutivi). In Spagna nel 1993 si forma il quarto governo capitanato da Felipe González, leader del PSOE; l’anno successivo, nel 1994, Wim Kok del Partito del Lavoro olandese assume la carica di Ministro/Presidente; nel 1996 il centro-sinistra italiano elegge – con l’appoggio esterno di Rifondazione Comunista – Romano Prodi come Presidente del Consiglio; il 1997 vede l’elezione del socialista Lionel Jospin in Francia e del laburista Tony Blair in Gran Bretagna; il 1998, infine, è l’anno in cui diventa Cancelliere in Germania Gerhard Schröder, dopo sedici anni di dominio di Helmut Kohl e spezzando per la prima volta il legame tra SPD e FDP a favore di un’alleanza tra Socialdemocratici e Verdi. È quest’atmosfera di rinnovata ubriacatura democratica, di fiducia incrollabile nei confronti delle “magnifiche sorti e progressive” della globalizzazione, un fenomeno da non temere ma da “governare”, come affermerà un gongolante Massimo D’Alema, tra i fautori italiani del rinnovamento della Seconda Repubblica, a dominare la scena europea – la sbronza finirà sui manganelli delle forze dell’ordine chiamate a massacrare il movimento No Global, e a ridurlo al silenzio: il sangue nei termosifoni di Genova e la pistolettata in testa a Carlo Giuliani riusciranno perfettamente nel compito. Anche per questo Terra e libertà riesce a creare una certa attenzione intorno a sé, e a provocare un dibattito (si è già nell’epoca del “dibattito no!” imperante, perché sia mai che si possa creare una dialettica) fertile interno alla sinistra. Dalle pagine de Il Manifesto giungono critiche per la rappresentazione delle forze “staliniste” e puntualmente Loach risponde insieme allo sceneggiatore Jim Allen, fedele sodale del regista dal 1969 fino alla morte avvenuta nel 1999. La stessa sceneggiatura del film viene pubblicata dalla casa editrice Gamberetti nell’ottobre del 1995, a ulteriore dimostrazione della volontà di discutere non solo sul soggetto del film, vale a dire la guerra delle forze repubblicane contro quelle franchiste, ma anche del senso stesso della messa in scena di un evento simile.

All’interno della vasta filmografia loachiana sono davvero poche le storie che si sviluppano al di fuori della Gran Bretagna e dell’Irlanda. Loach è un regista che riflette sul mondo in cui vive, e che ha sempre voluto rappresentare le distonie della società anglosassone, focalizzando l’attenzione sulla classe operaia. Anche David Carr, il protagonista di Terra e libertà, è un operaio inglese – per di più disoccupato –, ma la sua condizione in patria non è rilevante. C’è infatti un evento più grande al quale prendere parte, bisogna difendere la democrazia dall’avanzata del fascismo, che ha già preso piede tanto in Italia quanto in Germania (e sta sobillando le masse lavoratrici perfino in Inghilterra, come racconterà di lì a pochi anni, nel 2000, Stephen Frears in Liam, sempre con Ian Hart come protagonista). In una delle lettere che contrappuntano il racconto di Terra e libertà, spiegando gli eventi storici a chi poco o nulla sa di ciò che accadde in terra iberica in quegli anni colmi di speranze destinate a rimanere tali, David Carr scrive alla futura moglie rimasta a Liverpool: “La rivoluzione è contagiosa e se qui avessimo vinto, come avremmo potuto, avremmo cambiato il mondo. Ma non ha importanza, il nostro giorno verrà”. Il nostro giorno verrà. Ottime intenzioni, ingiallite dal tempo come le pagine dei giornali che la nipote di David trova nella sua abitazione dopo la morte dell’anziano, falcidiato da un colpo apoplettico. Loach è ben consapevole di quanto sia stata vasta la sconfitta dei movimenti rivoluzionari marxisti dopo la fine della guerra intestina spagnola: lo ha già ampiamente raccontato e continuerà a farlo, film dopo film (lo testimonia anche l’ultimo, ottimo Sorry We Missed You, uscito in Italia lo scorso gennaio dopo essere stato presentato, come spesso accade, a Cannes). Lo ha testimoniato anche con la sua azione diretta, aderendo a scioperi, proteste, rifiutando perfino riconoscimenti per partecipare alla lotta delle classi subalterne – accadde a Torino durante il festival, per esempio. La sua lettura di ciò che accadde in Spagna è ovviamente di parte, come è sempre stato tutto il suo cinema: partigiano. La rappresentazione ferale delle forze staliniste, accusate di fatto di aver agevolato la vittoria del fronte franchista spezzando l’unità proletaria che si era cercato di instaurare tra socialisti, comunisti e anarchici, è una scelta di campo. Sarebbe sciocco attendersi qualcosa di diverso da una persona che si definisce trotskista fin da quando era un ragazzo.

Nella sua presa di posizione assoluta al fianco del POUM, il Partido Obrero de Unificación Marxista che fu il braccio armato del CNT (Confederación Nacional del Trabajo, il sindacato anarchico che per primo, e con maggior veemenza prese le armi per ricacciare indietro le truppe fasciste, mentre gli appartenenti al Partito Comunista attendevano che Mosca prendesse apertamente parte alla guerra), non si deve leggere un limite del film, ma il suo principale pregio. Proteso nella ricerca di un racconto che potesse ristabilire la giusta memoria delle migliaia e migliaia di persone che morirono per difendere la Repubblica, Loach non firma un asettico resoconto storico, ma si lancia armi in spalla lui stesso, come se il cinema fosse in grado di cambiare il corso alla Storia. Accusato da più parti di un eccesso di retorica – nelle quali scadrà nella seconda metà del film successivo, La canzone di Carla: ottima e commossa la parte ambientata a Glasgow, semplicista e banalizzata quella in terra nicaraguense – Loach in realtà sfrutta gli elementi più direttamente retorici proprio per scardinarli. La lunga discussione sulla collettivizzazione della terra ne è un esempio perfetto: fiumi di parole in cui la dialettica si perde, ma soprattutto perde vigore, forza, immediatezza. Quell’immediatezza che al contrario ha lo scontro armato, le scaramucce in trincea con i fascisti a sole poche centinaia di metri, perfino la fucilazione del prete che sparava dal campanile. Loach rimprovera ai suoi protagonisti proprio di aver voluto teorizzare la rivoluzione nel momento stesso in cui avevano invece l’occasione forte di metterla in pratica, con i fucili. Questa accusa viene mossa contro l’immobilismo stalinista, una scelta forse facile (dopotutto il pensiero sovietico è quello che più direttamente ha mostrato le proprie debolezze intrinseche) ma di certo non così banale e non strettamente retorica. È Loach, con i suoi protagonisti, a cantare L’Internazionale o A las barricadas, il più battagliero e marciante degli inni marxisti e anarchici del periodo.

Una pratica internazionalista che il regista mette in atto perfino a livello strettamente produttivo, visto che Terra e libertà viene alla luce grazie allo sforzo congiunto di produttori sparsi in tutta Europa, dall’Inghilterra alla Spagna, dalla Francia alla Germania (c’è anche l’Italia con BIM). C’è poi un cast a sua volta internazionale, quasi a sottolineare il concetto alla base dell’intero film: in un’epoca di globalizzazione imperante, cui si è svenduta senza problemi anche gran parte della sinistra – perfino quella derivante dai partiti comunisti disciolti dal crollo del Patto di Varsavia –, l’unica forma di resistenza è il pensiero collettivista. Di fronte a un mondo che sta per mandare al macello la classe operaia una volta per tutte, privandola di qualsiasi diritto acquisito nel corso dei decenni (anche per via della presenza del Blocco Sovietico, che fungeva da spauracchio così evidente da costringere il mondo occidentale a elargire con maggiore elasticità diritti al proletariato), è necessario tornare alla memoria di un fallimento collettivo, della sconfitta dell’unione di socialisti, anarchici e comunisti. Sconfitta da se stessa prima ancora che dalle armi fasciste e dai bombardamenti nazisti. La Guerra Civile Spagnola fece accorrere in difesa del socialismo e della libertà combattenti da tutto il mondo (e il film li elenca in una scritta bianca su schermo nero nel finale), ma fu anche l’ultimo momento di lotta collettiva. Loach ammonisce il presente ricordando il passato. Ma come insegnava Gramsci “la Storia insegna, ma non ha scolari”. Né forse, oramai, spettatori.

Info
Terra e libertà, il trailer.

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