Archivi del mese: maggio 2009

Ibra capocannoniere

E’ finita. Se ne riparla a Pechino l’otto agosto. Ci aspettano una decina di settimane di aria fritta, voci contraddittorie, smentite di rito, intenzioni non dichiarate, tirate di giacca a Moratti (e anche questo blog contribuirà al chiacchiericcio).

Come ho già scritto, oggi si è chiuso un ciclo, Mourinho ha preteso un drastico rinnovamento, e spero possa significare ringiovanimento, italianizzazione (con un po’ di argentini) e aumento delle qualità tecniche del centrocampo.

Tutto ruoterà intorno alla più che probabile cessione di Ibra, capocannoniere straniero con la maglia nerazzurra cinquant’anni dopo Antonio Valentin Angelillo.

Lui fa di tutto per farsi vendere, la società e Mou sanno di non poterlo trattenere a fronte di un’offerta per lui entusiasmante. Questa offerta arriverà, fra Barca, Real e Chelsea qualcuno si farà avanti. Il futuro dell’Inter dipende da come saprà reinvestire i soldi ricavati dalla cessione di Ibra.

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L’ultimo valzer

Domani a San Siro sarà l’ultima partita con la maglia del’Inter di Luis Figo ed Hernan Crespo, e temo anche di Julio Cruz. Spero abbiano l’opportunità di scendere in campo per qualche minuto, e di raccogliere gli applausi che meritano. Lo spero molto più di quanto mi interessi che Ibra vinca la classifica dei cannonieri (gli attegiamenti egoistici dello svedese mi hanno davvero stufato).

Ma è molto probabile che domani sarà l’ultima volta anche per molti altri. Obinna e Maxwell, Vieira, Mancini e Jimenez non mi paiono calciatori su cui Mourinho intenda puntare, senza dimenticare Materazzi, Rivas e Burdisso, perchè l’insistenza di Mou sull’acquisto di un difensore che sappia impostare, va nella direzione di cederne almeno un paio al miglior offerente.

E poi ci sono i due nomi su cui la stampa spagnola sta facendo titoli cubitali: Ibra per il Barca, Maicon per il Real. Nel caso, ne partirebbe solo uno, ma ho la sensazione che uno dei due farà davvero le valigie. Se si aggiungono anche Quaresma e Suazo, il mercato in uscita dell’Inter può coinvolgere una dozzina di nomi, il 50% dei calciatori di movimento. In pratica, un nuovo ciclo, quello che vuole Mourinho.

Non credo di esagerare, dunque, se considero quella di domani come l’ultima partita dell’Inter di Roberto Mancini. Un motivo in più – oltre alla consegna della coppa per lo scudetto – per salutare i tifosi con una bella figura.

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IniestaSi parla di Deco: lo lascerei dov’è.

Si parla persino di Juninho Pernambucano: l’avrei preso, sì, ma cinque anni fa.

 

Circola voce di un interessamento per Cassano, sponsorizzato pure da Balotelli: e mi chiedo quando mai giocherebbe Balotelli se arrivasse Cassano (e se Balotelli non è titolare, lo perdiamo). Certo, piazzare Jimenez e Suazo alla Samp, non sarebbe male, ma non credo abbiano l’anello al naso.

 

Non si capisce bene se Quaresma, alla fine, accetterà il Genoa o romperà le scatole con la sua “voglia di rivincita”, ma confido nelle doti di Mendes.

Fra tanti nomi associati all’Inter, i miei preferiti – fra i raggiungibili – sono Galloppa e Carvalho. Non vedo una sola possibilità che la Roma ceda De Rossi o l’Arsenal lasci partire Fabregas. Mi piacciono scommesse come quella su Arnautovic.

 

Su tutto aleggia la fantomatica offerta del Barcellona per far giocare Ibra accanto a Messi: ottima idea, sarebbe divertente vederli insieme. Ma i catalani vorrebbero uno scambio con Eto’o, mentre io non comincerei nemmeno a discutere se sull’altro piatto della bilancia non ci fossero Xavi o Iniesta. Non sono venale, accetterei uno scambio alla pari fra Ibra e Iniesta.

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italians

… Le abitudini e le frequentazioni di Silvio B. riguardano solo Veronica L. (che peraltro s’è già espressa con vigore sul tema)? Be’, fino a un certo punto. Il Presidente del Consiglio guida una coalizione di governo che organizza il Family Day, mica il Toga Party o il concorso Miss Maglietta Bagnata. Michele Brambilla – vicedirettore del "Giornale", bravo collega e uomo perbene – spiega che, per il mondo cattolico, contano le azioni politiche, non i comportamenti coerenti. Io dico: mah!

… L’opposizione, in tutte le democrazie, cerca i punti deboli dell’avversario, soprattutto alla vigilia delle elezioni. Dov’è lo scandalo, qual è la novità? Se Piersilvio s’indigna, non ha idea di cosa avrebbe passato suo padre in America, in Germania o in Gran Bretagna (dov’è inconcepibile che i capi di governo possiedano televisioni). Non solo in questi giorni: negli ultimi quindici anni.

 

http://www.corriere.it/solferino/severgnini/09-05-28/01.spm

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Saras

Saras, così simile alla Mecnavi

 

L’ipotesi di reato è quella classica: omicidio plurimo colposo.

Il profilo delle vittime è altrettanto classico: lavoratori in subappalto.

Ho esitato a scriverne, perché le notizie riportate dalla stampa mi sono sembrate confuse e contraddittorie, e trattandosi di una proprietà della famiglia Moratti (ancorché quotata in Borsa), non volevo confondermi con certe idiozie sullo stipendio di Ibrahimovic paragonato a quello di chi lavora in una raffineria.

 

Ora, i magistrati che conducono le indagini sull’incidente avvenuto nella raffineria Saras di Sarroch, in cui sono morti tre operai, hanno iscritto sul registro degli indagati quattro persone: il direttore dello stabilimento e tre funzionari della Comesa, la società alle cui dipendenze lavoravano gli operai morti: Daniele Melis, 26 anni, Bruno Muntoni, 51, e Luigi Solinas, 27 anni.

La magistratura ha anche messo sotto sequestro una parte dell’impianto.

Non sono dunque (ancora) indagati il presidente della Saras Spa, Gianmarco Moratti, e il fratello Massimo, che è l’amministratore delegato.

 

Stamattina verranno effettuate le autopsie sui corpi delle vittime: i tre operai sono morti a causa di esalazioni tossiche mentre pulivano una cisterna in un impianto fermo per manutenzione programmata. L’autopsia dovrebbe chiarire qualche responsabilità.

Se nell’emoglobina dei tre operai sarà trovato zolfo al posto dell’ossigeno vorrà dire che all’interno della cisterna c’era ancora idrogeno solforato, quindi la bonifica non era stata effettuata a dovere.

Se nel sangue ci fossero forti tracce di azoto, vorrebbe dire che la bonifica dell’idrogeno solforato era stata eseguita, ma la cisterna non era ancora pronta per le fasi successive di lavorazione.

 

Ma già oggi si può essere certi di un fatto: le tre morti discendono da un’organizzazione del lavoro superficiale, tutta protesa alla massima velocità di produzione, da ottenere grazie alla contemporaneità nella stessa area di produzione di diverse attività, spesso affidate a ditte diverse.

La raffineria di Sarroch – la terza italiana in termini di quota di mercato – è il fulcro della Saras. Anche il “capitalismo dal volto umano”, incarnato dalla famiglia Moratti, appare incapace di sfuggire a questa logica.

 

Fiom-Cgil, Fim-Cisl e la Provincia di Cagliari hanno annunciato l’intenzione di costituirsi parte civile in un eventuale processo. E domenica a San Siro, niente feste e fuochi d’artificio: almeno il buon gusto, da Moratti, possiamo ancora aspettarcelo.

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Carta 19-09Fuorigioco, 19Riprendo una celebre frase di Raymond Queneau: «Se non vi fossero guerre o rivoluzioni, non vi sarebbe storia; non vi sarebbe materia di storia; la storia non avrebbe oggetto… I popoli felici non hanno storia. La storia è la scienza dell’infelicità degli uomini».

Sto parlando della Juventus. Quel che è accaduto in casa bianconera – l’esonero di Ranieri a due giornate dalla fine, dopo un’infinità di dichiarazioni in senso contrario – è talmente assurdo, fuori norma, fuori scala, da scomodare Queneau, e interrogarsi sull’immediato futuro.

La cacciata – in malo modo – di Ranieri è stata dettata dalla speranza di esorcizzare il male oscuro che ha rovinato una stagione ottima fino al 21 marzo, e poi catastrofica. Sono fra quelli che non credono sia stato un caso che il crollo sia avvenuto dopo il famoso “pranzo della focaccia”, fra Blanc e Lippi. Comunque, da più di 40 anni la Juve non esonerava l’allenatore.

La Cura Ferrara ha avuto successo, vincendo a Siena la Juventus si è qualificata per la Champions League. Ma i tifosi juventini sono costretti a rivivere le sensazioni che i nerazzurri ben conoscono, avendole frequentate per almeno un decennio. L’attuale gruppo dirigente bianconera non ha esitato a gettare alle ortiche lo “stile” e la tradizione, individuando e colpendo il più facile dei capri espiatori: l’allenatore.

Resta da vedere se questa fase dominata dal grottesco – vi contribuiscono il ritorno di Cannavaro (pare con la maglia 29, compresi gli scudetti revocati) , il ricorso contro la squalifica del campo per cori razzisti e l’autocandidatura alla presidenza di Lapo Elkann – riuscirà a partorire una stagione letteraria paragonabile a quella dell’interismo di qualche tempo fa. Ai popoli infelici non resta che elaborare il lutto: perciò mi aspetto una valanga di libri sulla Juve, in libreria ad autunno. Con un filo di autoironia, se possibile.

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Sebastiao Salgado

Bestie da soma e portatori d’acqua

 

La situazione elettorale, a Bologna, è peggio che deprimente. È malsana.

Rimando chi ha tempo e voglia a un post di una settimana fa: http://rudi.splinder.com/post/20584045. Ora mi limito a un riassunto focalizzato sul ruolo degli alleati “di sinistra” al candidato Pd.

 

L’inverno scorso – prima e dopo la grottesca uscita di scena di Cofferati – le forze politiche che poi avrebbero scelto di allearsi col Pd, hanno ripetutamente chiesto “primarie di coalizione” per la scelta del candidato sindaco. La risposta del Pd è stata totalmente negativa. E a dicembre hanno fatto le primarie del Pd, con una partecipazione su cui persino “Repubblica” ha avanzato timide riserve (a Firenze, almeno quello, le primarie di coalizione sono stati costretti a farle).

 

Poi sono venute le elezioni in Sardegna, Veltroni si è dimesso, la “vocazione maggioritaria” del Pd è scesa a più miti consigli, e a Bologna come in quasi tutte le città che vanno al voto si sono costruite alleanze più o meno larghe, spaccando la sinistra fra chi ci sta e chi no.

Per valorizzare questo risultato, qualche dirigente della sinistra che ci sta ha osato parlare di “una nuova Unione”, per sentirsi rispondere, a brutto muso, che “l’Unione è morta e sepolta”, e gli accordi elettorali erano da considerarsi come una condivisione del programma del Pd.

Incrollabili nella loro vocazione al martirio, alcuni dirigenti della sinistra che ci sta hanno allora proposto di organizzare una manifestazione unitaria per la conclusione della campagna elettorale bolognese: dal Pd è venuta l’ennesima chiusura, l’iniziativa era e resta del Pd, gli altri facciano quel che credono.

 

Ultimo passaggio: Romano Prodi, non si sa a che titolo, lancia segnali di apertura verso l’ex sindaco Guazzaloca (a capo di una lista civica legata all’Udc), e Guazzaloca annuncia che non darà indicazioni di voto se al ballottaggio finiranno Delbono (Pd) e Cazzola (Pdl). Questo scambio di affettuosità non può che allarmare i dirigenti della sinistra che ci sta, la cui sola soddisfazione è sentirsi dire da Delbono che le alleanze non si cambiano, ma dopo il voto lavorerà per allargare la maggioranza.

 

Conclusione: il Pd considera la sinistra (tutta, e in particolare quella che ci sta) come un compagno di viaggio necessario – oggi – perché porterà un po’ di voti al candidato Pd, e da scaricare – domani – a vittoria raggiunta.

Maltrattata ai limiti dell’umiliazione, la sinistra che ci sta appare ininfluente: una bestia da soma o, se preferite, un portatore d’acqua. E alla sinistra che non ci sta non si sa dire altro che "altrimenti vince Berlusconi"…

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Barca màs que un clubBarça és mas que un club

Barça és mas que un club”: i tifosi vivono il Barcellona come qualcosa di più di una squadra di calcio, il simbolo dell’identità della Catalogna, una nazione senza Stato. La squadra ha una missione: confermare la fortissima identificazione con il territorio e i suoi abitanti.

Durante la dittatura franchista, lingua e simboli catalani sono vietati, il club è costretto a rimuovere dal simbolo i colori della bandiera della Catalogna. Il presidente Josep Suñol i Garriga rimane ucciso nel corso delle battaglie intorno a Guadalajara; nel marzo 1938 una bomba lanciata dai fascisti distrugge la sede della società. E tuttavia il calcio continua a essere una delle poche attività in cui resta margine per la libera scelta, andare allo stadio per sostenere il Barça rappresenta un modo per riaffermare la propria identità. Dopo tre lustri di difficoltà, la squadra risale la china, nel 1948 rivince la Liga, negli anni Cinquanta compete quasi alla pari con il Real e nel 1961 riesce a eliminare i madrileni dalla Coppa dei Campioni.

Uno degli episodi più celebrati nell’epopea che scandisce la rivalità politico-sportiva con il Real si verifica il 17 febbraio 1974, poco dopo l’attentato a Carrero Blanco: il Barcellona di Cruyff espugna il Santiago Bernabéu con un clamoroso 5-0.

Ad appena una settimana dall’amnistia del 23 ottobre 1976, i tifosi celebrano trionfalmente il rientro dall’esilio del presidente catalano Tarradellas: il Camp Nou è un tumulto di bandiere della Catalogna.

Doppio paradosso: il Real Madrid, simbolo della Castiglia, nasce su iniziativa di due fratelli catalani, Juan e Carlos Padrós Riubo, mentre il Barcellona è stato fondato da uno svizzero, Hans Gamper.

A pagina 100 de "Il compagno Tommie Smith"

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Più una speranza che un pronostico

Thierry Henry

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Ellekappa 5 maggio 2009

C’è un uomo anziano, ricchissimo e potentissimo, e c’è una ragazzina napoletana, sconosciuta fino a un mese fa.

Tutti ne parlano. È diventata una vicenda politica: dall’opposizione si chiede all’uomo anziano di chiarire un certo numero di contraddizioni, dalla maggioranza si replica dicendo che sono solo pettegolezzi sollevati da chi sta per perdere le elezioni.

Ogni sera, i tg della Rai (nonché quelli di proprietà dell’anziano signore) sfiorano la vicenda. Fingono di sviscerarla, in realtà alzano cortine fumogene. Quali siano gli interrogativi che attendono una risposta, resta un mistero.

È una collaudata tecnica di disinformazione, qualcuno l’ha chiamata “la scomparsa dei fatti”.

 

Come ha fatto notare ieri Ida Dominijanni, sul manifesto, il Caso Noemi ha molto in comune con la crisi del centro-destra alla Regione Sicilia. Dell’uomo anziano, ricchissimo e potentissimo, il governatore Lombardo, avrebbe detto che è “mal consigliato”. Giorni fa, la spazientita moglie dell’uomo anziano, ha scritto di aver provato – invano – a convincere i collaboratori del marito ad aiutarlo “come uno che non sta bene”.

Dominijanni coglie un punto che mi pare sottovalutato dalla maggioranza dei commentatori: la distanza che si sta creando fra il potentissimo uomo anziano e la Chiesa. Che “a leggere l’intervista dell’ex vicepresidente della Cei Alessandro Plotti sulla Stampa, non sembra più tanto disposta a sacrificare il suo «primato morale» sull’altare della barriera di governo contro il testamento biologico o i Pacs. Plotti picchia duro, quanto e più di "Famiglia cristiana"da oggi in edicola, non solo sulla «credibilità personale inficiata» del premier, ma soprattutto sulle conseguenze sociali del suo comportamento: «l’esempio di un potere che può permettersi tutto», unito a «una ribalta mediatica che trasforma disvalori e scelte immorali in segni di successo», finisce con l’«impermeabilizzare la gente a derive etiche che dovrebbero innescare una reazione. Così finisce per diventare normale ciò che normale non è». E si sa che la Chiesa non sopporta di perdere il monopolio della decisione su ciò che è normale o anormale, morale o immorale”.

 

Per quanto specialista in equilibrismi col potere, la voce della Chiesa non mancherà di intrufolarsi anche nei tg Rai e Mediaset. A quel punto, cambieranno anche i sondaggi.

Paolo MaldiniLa congiunzione astrale è davvero pessima, per il poveruomo anziano.

Domenica pomeriggio si era ritagliato un po’ di tempo per un bagno di folla, immaginando una festa osannante, una di quelle autocelebrazioni di cui è maestro, approfittando dei saluti di due “bandiere” amatissime dal suo popolo di fedeli.

Invece ha raccolto striscioni irridenti e una sconfitta che può costare un sacco di soldi. E dopo due giorni dall’inqualificabile contestazione della Curva, persino Paolo Maldini ha perso la pazienza: “La società non ha ancora preso posizione. Dal presidente in giù nessuno ha avuto una parola di solidarietà verso di me. Sono deluso”.

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