Wonka Recensione

Wonka: la recensione del film con Timothée Chalamet sul personaggio creato da Roald Dahl

05 dicembre 2023
2.5 di 5

Il Paul King dei due ottimi Paddington firma da sceneggiatore e regista la origin story di Willy Wonka, affidando il ruolo di protagonista all'idolo dei giovanissimi e preferendo lo stile di Dickens a quello di Dahl. La recensione di Wonka di Federico Gironi.

Wonka: la recensione del film con Timothée Chalamet sul personaggio creato da Roald Dahl

Quando nel Talento di Mr. C., il film con Nicolas Cage che fa Nicolas Cage, il personaggio di Pedro Pascal confessa a Cage quale sia il suo film preferito assieme a Face/Off e Il gabinetto del dottor Caligari, e dice che quel film è Paddington 2, Cage reagisce in maniera inequivocabile: “Bullshit!”, dice nella versione originale.
Uno stacco di montaggio, e ecco i due davanti a uno schermo sul quale scorre Paddington 2, con il nostro Nicolas in lacrime che esclama "Paddington 2 è incredibile!”.
Non è solo uno sketch divertente.
Paddigton 2 è davvero un grandissimo film (e Nicolas Cage pensa davvero sia incredibile), come lo è il precedente Paddington.
Logico quindi, con queste premesse, che da Wonka, nuovo film scritto e diretto dall’autore dei due Paddington, l’inglese Paul King, uno si aspettasse molto.
E che magari fosse disposto a passare sopra alla presenza nel ruolo di Willy Wonka di Timothée Chalamet, che sarà anche l’idolo di ragazzini e ragazzine, ma che magari non ti sta proprio simpatico.

L’impatto non è stato dei più facili: King apre il suo Wonka con una canzone, rendendo chiaro film dal primo momento che il suo, se musical in tutto e per tutto non lo si può certo definire, va in maniera decisa e spericolata nella direzione di film alla Mary Poppins. E non solo nella musica: anche per quanto riguarda una certa qual propensione estetica che rifugge il realismo per un gusto del fantastico tratteggiato a tinte pastello.
Certo, anche Willy Wonka e la fabbrica di cioccolato, il primo dei film che ha raccontato al cinema il personaggio scritto da Roald Dahl, quello con Gene Wilder protagonista, era pieno di canzoni. E certo, quel film lì, e le sue musiche, esplicitamente citate, sono i soli riferimenti di questo Wonka che, invece, fa finta che la (bellissima) versione di Tim Burton non sia nemmeno esistita.
Però, c’è un però.
Andiamo per gradi.

Quella di Wonka è dichiaratamente una origin story, che come detto espelle del tutto dal suo orizzonte ogni possibile riferimento al papà dentista cattivo del Willy di Depp, e che invece si concentra sul rapporto del personaggio di Chalamet con una mamma morta troppo presto, ma che aveva fatto comunque a tempo a trasmettergli la passione per il cioccolato e il coraggio di inseguire i propri sogni.
Così, il giovane Willy, personaggio a metà tra un prestigiatore e un saltimbanco, sbarca in una città che pare nascere dalla fusione ideale tra Londra, Parigi e Vienna (o comunque, di una mitteleuropa in stile Grand Budapest Hotel). Lì vuole realizzare il suo sogno, aprire il suo negozio di cioccolataio: un sogno che però va sbattere contro gli intrighi di tre rivali che hanno il monopolio dei dolciumi e formano un corrottissimo “Cartello del cioccolato”, e contro un debito che contrae per leggerezza (e ignoranza: il giovane Willy non sa scrivere) che lo fa diventare in pratica lo schiavo di due lestofanti mascherati da cortesi locandieri che sembrano usciti da "Oliver Twist". E che, difatti, lo rinchiudono a lavorare nella loro lavanderia.
Sarà lì che Willy farà conoscenza con gli altri personaggi del film: la giovane Noodle e altri, buggerati come lui da dalla malvagia coppia. E va da sé che, siccome l’unione fa la forza, e la magia di Willy è pur sempre magia, il nostro giovane protagonista riuscirà tra mille peripezie a realizzare il suo sogno.

In questo Wonka Paul King ricalca in maniera piuttosto evidente la trama del secondo Paddington, raccontando anche di macchinazioni e prigionie, evasioni e rimonte disperate, ma soprattutto dimostra che quanto fatto nei suoi due film precedenti non era frutto di un caso fortunato: è innegabile il gusto di questo autore per il fantastico e il magico, per i marchingegni e gli incastri narrativi, la sua visione idealmente analogica del cinema, e la sua capacità di rendere anche visivamente la sua chiara inclinazione per la stravaganza e la bizzarria. Molti dettagli (e alcune scene) di Wonka sono notevoli proprio a partire dalla loro resa visiva, per la fantasia eccentrica che dimostrano, per la loro voglia di piazzarsi a un crocevia quasi impossibile nel quale si vanno a incontrare certe idee di Michel Gondry, la live action Disney degli anni Sessanta, gli Harry Potter di Chris Columbus e perfino alcuni immaginari alla Tim Burton.
Ed è proprio qui, però, che nascono alcuni problemi.

Se in Paddington la dolcezza buonista del protagonista era funzionale non solo allo stesso personaggio, ma all’intera architettura del racconto, in Wonka - che non è solo buonista e dolce, ma sdolcinato e financo melenso - l’esasperato e esasperante ottimismo incarnato nel protagonista e nel suo sempiterno sorriso finiscono per diventare stucchevoli, e sbilanciare tutto il film.
Dal citato Burton, King può aver preso molto, ma non il lato dark e malinconico, e di certo non ha preso dall’opera di Roald Dahl il suo nemmeno troppo sotterraneo cinismo, la sua consapevolezza del male che è nel mondo e nelle persone.
Che si pensi a quello di Wilder o a quello di Depp cambia poco: il Willy Wonka di Dahl è un personaggio complesso, quasi bipolare, inquietante, ricco di oscurità, capace di compiere con la stessa disinvolura gesti incredibilmente magnanimi e crudeltà da brividi. Il Wonka di Chalamet e King, invece, è un ragazzino dalla faccia pulita sotto la quale è nascosto un cuore ancora più puro.
Un Candido solo appena più astuto e navigato che appare comunque inerte, artificioso, forse anche non particolarmente brillante sul piano intellettivo.

Il fatto che il film di King abbia spesso e volentieri un’estetica fin troppo artificiale e zuccherosa non aiuta a scrollarsi di dosso la sensazione di essere di fronte a una versione omogeneizzata e edulcorata della storia di Dahl, dove solo occasionalmente si libera lo spazio per uno stupore sincero.
King sembra quasi, se non ripudiare Dahl, volerlo riscrivere in maniera dickensiana, senza però avere dalla sua la forza della sua epopea romanzesca, e senza realizzare che quel geniale e grandissimo scrittore era capace di uno spessore ben diverso nella caratterizzazione di personaggi, trame e psicologie.
Sarà un caso, allora, ma i momenti in cui ci si diverte di più sono quelli in cui sono coinvolti i "cattivi": Olivia Colman e Tom Davis sono notevoli nei panni dei due locandieri-schiavisti, e perfino il trio composto da Paterson Joseph, Mathew Baynton e Matt Lucas (i tre del Cartello del cioccolato) regala qualche soddisfazione in più, perfino in un numero musicale che è il migliore del film, e nel quale i tre corrompono a forza di cioccolato il capo della polizia locale.

Poi certo, ci sono gli Umpa Lumpa.
Uno solo, in realtà. Che ha un ruolo tutto sommato marginale, quasi da spalla comica, con una notevole e distratta eccezione nel finale. Un Umpa Lumpa interpretato da Hugh Grant, per il quale in molti già si stracciano le vesti.
Capisco bene che, in questo contesto, e faccia a faccia con Chalamet, quel grande attore di Grant possa suscitare entusiasmi, ma, ecco: le recenti dichiarazioni fatte dall’attore, che dice di aver accettato la parte solo per ragioni alimentari, sono da sole abbastanza esplicative della resa sullo schermo.
Un Grant che recita con la mano sinistra, quello di Wonka, mentre Chalamet ci mette tutto sé stesso, quello è certo, ma rimane, almeno ai miei occhi, un fenomeno davvero inspiegabile.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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