La parola al Teatro #112. Radici e l’eredità delle ragazze femministe - art a part of cult(ure)

La parola al Teatro #112. Radici e l’eredità delle ragazze femministe

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Siamo tutte il prodotto del coraggio di qualcun altro, o meglio, di qualcun’altra. Dell’entusiasmo e della coscienza di chi ci ha preceduto. Non si coglie appieno la potenza di Radici senza partire da questo assunto.
A valle di una (per altro apprezzatissima) immersione in forma di realtà virtuale dal titolo La stanza, nell’Archivio del Cordinamento Femminista di Enna, negli anni intorno al 1975 al Teatro Fontana la compagnia torinese Asterlizze traspone in scena una memoria che fa esplodere tutta la sua vitalità. A cui non serve altro che una scena estremamente minimale, perché è l’efficacia di una costruzione narrativa mai in calando, sono le voci delle donne, delle compagne, delle ragazze, a restituire quasi da sole tutta la loro forza proiettata oltre il tempo, persino oltre la vita.

E finita nell’alba del nuovo millennio, nei trent’anni di Agata, Lydia Giordano, che ben gestisce un personaggio dalla forte carica emotiva tornata a Enna da Torino per mettere ordine in una casa che, con la morte della madre, si è fatta trappola e nido di chi ha bisogno di rimandare la direzione da dare alla propria di vita.

O in quelli di Stefano, un appassionato Mauro Bernardi che ha lasciato a Parigi un amore, Philippe, e dietro le spalle una famiglia solo di nome, da cui non vuole più tornare. Non l’ha mai sentita sua e adesso sa che non lo è: le sue radici sono a Enna, dove arriva con nessuna traccia da cui partire.

Dalla morte che si perde nel buio di uno sfondo, e dallo smarrimento di chi si cerca, emerge una giovinezza che forse continua a somigliarsi, quando le pagine della storia diventano cronaca, emergendo dalle pagine di una memoria scritta alle mani che le compilavano.

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Radici. Una cosa che so di certo, di Alba Maria Porto e GIulia Ottaviano

Così, nella regia espressiva di Alba Maria Porto, due piani temporali dialogano e si sovrappongono, occupano lo stesso spazio e si richiamano, anche senza vedersi. Porto – che scrive il testo insieme a Giulia Ottaviano – trova una felice e non semplice intuizione per dare corpo a un reperto familiare.

Attraverso il quaderno ritrovato che raccoglie i verbali del Coordinamento la memoria diventa atto scenico, e si può far rivivere le mani che l’hanno compilato: quelle di Antonia, universitaria e aspirante medico (una assertiva Giorgia Coco), leader autodichiarata del gruppo, e poi quelle di Cinzia, barista e aspirante attrice, tutta carisma e libertà da prendere a morsi (Adele Tirante è istrionica e coinvolgente).

E poi c’è Maria, l’ “ignorantedda” di Mazara, la semplice bidella, vittima designata di un vecchio mafioso a cui è stata combinata, eppure capace di custodire in sé più forza di tutte. Federica D’Angelo si assume con esiti molto felici il compito di muovere sul filo tra fragilità e nuove scoperte.

Amiche che imparano, prima di ogni cosa, a pensarsi insieme, a immaginare un femminile articolato ma condiviso. Questo lavoro restituisce, a un tempo successivo, un ritratto vivido di un tempo che oggi guardiamo con la lente della storia.

Sono, tutte, ragazze alla scoperta di se stesse, prede di paure ed entusiasmi, finite – anche dal punto di osservazione del cuore della Sicilia – dentro un tempo dove tutto accade, le possibilità dell’autocoscienza e della condivisione ma anche l’orrore degli aborti col cucchiaio, la paura di chi non sa cosa sarà del suo corpo e l’ingenuità di chi non è (sempre) sicura di voler lasciar andare il mondo che conosce.

Un esercizio etico e – vivaddio politico – per evocare le battaglie vinte e quelle ancora da combattere, in un momento storico in cui si mette in discussione senza esplicitarlo il diritto delle donne ad agire sul proprio corpo.

Non soltanto un pur meritorio esempio di teatro sociale, tuttavia. Questo Radici è, ancora, qualcosa di più. La preziosa occasione – ridendo e commuovendosi senza strappi – di riflettere sull’eredità che quel momento storico consegna a chi, oggi, condivide le età di allora, e forse qualche anno di più.

E forse, tramontate le ideologie e la percezione di essere parte di qualcosa di più grande, sentono il bisogno di tornare alla radice che qualcuno ha tolto loro. O al contrario di strapparla da sé, quando le radici diventano catene che impediscono di prendere il volo, come a troppe madri è successo. Ma solo a patto di averle riconosciute, le radici, anche nelle immagini virate in bianco e nero delle ragazze che le nostre madri sono state.

Le voci dal passato, che emergono confuse e oppressive da un lato, ma anche calde e musicali come il dialetto di saperi antichi e un po’ magici, e ninnenanne.

Trame e letture che, come le vite, si intrecciano con equilibrio ed eleganza, per un lavoro importante. Che restituisce allo spettatore anche la consapevolezza che il mondo in cambiamento e il coraggio di far sì che accada non sono un processo semplice e senza fallimenti e dolore, che anzi implica rese, senso di colpa e vittime, allora come oggi.

Le generazioni, tuttavia, possono continuare a insegnarsi a vicenda, in un cerchio che, senza didascalismo, suggerisce la chiusura senza compierla, perché sta ai figli di oggi, così come a chi elabori quel vissuto, continuare il percorso, trovare le risposte di chi si è messo in viaggio. Tornare forse al punto di partenza, per non doversene fermare.

immagine per Chiara Palumbo

Nata (nel 1994) e cresciuta in Lombardia suo malgrado, con un' anima di mare di cui il progetto del giornalismo come professione fa parte da che ha memoria. Lettrice vorace, riempitrice di taccuini compulsiva e inguaribile sognatrice, mossa dall'amore per la parola, soprattutto se è portata sulle tavole di un palcoscenico. "Minoranza di uno", per vocazione dalla parte di tutte le altre. Con una laurea in lettere in tasca e una in comunicazione ed editoria da prendere, scrivo di molte cose cercando di impararne altrettante.

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