Le serie tv femminili (e femministe) da vedere almeno una volta

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Se il femminismo passa dallo schermo: le serie femminili (e femministe) da vedere almeno una volta

di Eugenia Nicolosi ,
Se il femminismo passa dallo schermo: le serie femminili (e femministe) da vedere almeno una volta© Getty Images

Chi ha visto "Orange is the new black" lo sa, una serie non è soltanto intrattenimento ma porta attraverso lo schermo messaggi di sorellanza, amicizia ed emancipazione in modo accessibile: ecco le serie tv (ma anche in streaming) femminili e femministe da non perdere

Indice
  1. · Da Sex and the City a Casa Targaryen
  2. · Le serie femministe di successo
  3. · Regine in costume
  4. · Carissimi amici bianchi
  5. · Mercoledì Addams e House of the Dragon

Da Sex and the City a Casa Targaryen

Sembra passato un secolo da quando Sex and the city faceva il suo ingresso nei salotti italiani, sui tacchi e attraverso la Tv: accadeva vent'anni fa, di Netflix non si parlava nemmeno e a mala pena si sapeva come usare i siti di streaming. Le avventure, sullo sfondo di una scintillante New York, vissute da Carrie (Sarah Jessica Parker) e dalle sue tre amiche Charlotte, Miranda e Samantha erano una combinazione di romanticismo, sesso, politica e linguaggio che ha bucato quella patina di perbenismo che aleggiava su tutte noi, qualunque età avessimo.

Abbiamo imparato a guardare gli episodi arrossendo sempre meno e contemporaneamente a parlare di sesso, di sex toys, della volontà di essere single, di maternità, di relazioni tossiche insomma, abbiamo imparato ad autoderminarci sognando Manhattan. Riguardandole oggi però, è evidente che molte delle questioni dell'epoca siano ormai sorpassate e che i temi di genere abbiano a che fare con ben altri problemi e con un diverso modo di affrontarli, anche quando passano dallo schermo.

Avendo scavalcato i modelli femminili degli anni Ottanta e Novanta, in questi anni Venti del Duemila le questioni femminili e femministe vengono affrontate da diverse angolazioni e da diversi personaggi, molti dei quali nati da penne eccellenti, basti pensare al romanzo distopico Il Racconto dell'Ancella (titolo originale “The Handmaid's Tale”) di Margareth Atwood, che ha dato vita alla serie omonima.

Va detto che non è sufficiente che al centro della serie ci siano protagoniste donne perché si parli di un prodotto femminista, arricchente, stimolante e in qualche modo divulgativo circa la parità di genere.

Video di Bianca Bonafede

E cosa rende allora un prodotto televisivo – o da streaming – femminista? In sostanza l'assenza del Male gaze (lo sguardo maschile) che poi si traduce nell'identità e nell'approccio alla vita dei protagonisti, nei problemi che fanno da cornice allo svolgimento della storia e in come vengono affrontati, nell'identità della persone che hanno scritto la sceneggiatura e, infine (ovviamente) nella trama.

Ci sono storie leggere che però non sono superficiali e hanno un portato femminista, come accade nella serie Heartstopper (di Alice Oseman) in cui la vita di un gruppo di liceali si svolge attorno alla cotta che due di loro prendono l'uno per l'altro mentre vengono sfiorati con grande delicatezza i temi dell'omofobia, del bullismo, dell'innamoramento, della transizione.

Ci sono storie più complesse come Big Little Lies (con Nicole Kidman, Reese Witherspoon e Shailene Woodley) in cui la sorellanza emerge per necessità tra delitti, violenza domestica e tradimenti. Si tratta solo di due esempi: il femminismo è una filosofia di pensiero, è una pratica ed è una scelta, se l'autore o l'autrice di una show televisivo si riconosce nel valore della parità tra tutte e tutti e contro la supremazia di una persona sull'altra (cioè quello che chiede il femminismo) si vede dal primo episodio, o quasi.

Le serie femministe di successo

Ma partiamo dal più difficile: ambientato in una America distopica, The Handmaid's Tale è basato sul classico romanzo femminista di Atwood (che fa anche un cameo nel primo episodio). Anche se lo show si discosta un po' dal libro, le interpretazioni del cast sono fantastiche e hanno ottenuto diverse nomination agli Emmy anche in ragione del fatto che è ritenuto, dalla critica, “particolarmente significativo visto il clima politico che le donne vivono oggi”.

La serie infatti, tra una fotografia splendida e costumi eccezionali, apre una prospettiva sull'orrore in cui si trasforma la vita delle donne sotto una teocrazia: un posto in cui sono completamente oppresse dalla religione e dal governo. A volte è inquietante da guardare ma è al tempo stesso imperdibile per chi crede nella libertà, nell'uguagrelianza e nel fatto che i diritti non sono garantiti mai fino in fondo.

Le leggende della commedia Jane Fonda e Lily Tomlin sono le protagoniste invce di Grace & Frankie, un divertente show targato Netflix che porta sullo schermo due donne di settant'anni circa, alle prese con l'essere improvvisamente divorziate e con la voglia di reinventarsi. Grace, interpretata da Jane Fonda, è una donna d'affari in pensione con una collezione di maglioni in cachemire e Frankie, interpretata da Lily Tomlin, è un'artista un po' hippie che non ha mai smesso di fumare erba. Insomma sono il diavolo e l'acquasanta.

Non sono infatti amiche, è che all'improvviso sono costrette a condividere una villa sul mare. Senza fare troppi spoiler, si sappia che è commovente vedere come, episodio dopo episodio, il loro rapporto conflittuale per via delle innegabili differenze si trasformi in una potente amicizia. Grace e Frankie però non parla solo di amicizia tra donne diverse ma affronta anche il tema dell'imprenditoria femminile e della sessualità. Oltre a iniziare a produrre dei sex toys per donne adulte che soffrono di reumatismi, le due ritrovano anche la voglia di rimettendersi in gioco sperimentando flirt e nuovi amori, normalizzando il fatto che le donne – non solo gli uomini – abbiano il desiderio sessuale e la voglia di intimità anche da "grandi".

E parlando di sesso, come non citare Sex Education, elogiata per la narrazione aperta e onesta che fa del sesso e della sessualità? Laurie Nunn, l'autrice, ha anche creato una sfilza di personaggi femminili affascinanti, audaci e multistrato, donne divenute iconiche, almeno per chi ha visto la serie: la terapista sessuale interpretata da Gillian Anderson, la complicata e assertiva Maeve (Emma Mackey) e la sicura di sé Ola (Patricia Allison).

Una delle celebrazioni della sorellanza più toccanti è alla fine della seconda stagione quando, dopo essere stata aggredita sessualmente su un autobus, Aimee (Aimee Lou Wood) ha il sostegno di tantissime studentesse che mettono da parte le classi sociali, le esperienze e le cricche esclusive di appartenenza per occupare insieme lo spazio pubblico (l'autobus) e dimostrare che sono le donne a rendere le strade sicure, camminandoci.

Unbelieveble porta sullo schermo la violenza di genere e il victim blaming attraverso la storia (vera) di un'indagine per stupro. Toni Collette, Merritt Wever e Kaitlyn Dever elaborano i retroscena di un fatto realmente accaduto dando vita a una drammatizzazione di grande impatto che mette in evidenza le barriere sociali e culturali che impediscono alle donne di avere giustizia dopo aver subito uno stupro.

Il primo episodio si apre con una scena che tutte abbiamo intercettato, purtroppo, sulle cronache o sui social: la polizia chiede cosa sia successo a una giovane vittima (Marie Adler, interpretata da Kaitlyn Dever).

Il primo agente che arriva sul posto le dice, in modo robotico, "Sono qui per aiutarti", quindi le fa una serie di domande a cui lei risponde mentre è ancora sotto shock. La serie affronta il tema della violenza sessuale dal punto di vista della vittima facendo luce sull'inefficienza del sistema giudiziario e sulla mancanza di delicatezza – e di oggettività – da parte di forze dell'ordine, personale sanitario e in generale dalla parte della società quando una donna denuncia di aver subito violenza.

Regine in costume

Chi ha ancora addosso i sintomi della febbre da Bridgerton e dei drammi in costume deve dare necessariamente un'occhiata a Caterina La Grande, con Helen Mirren, la bio serie Sly Originale ed HBO su Caterina II di Russia. Una donna straordinariamente libera che si è rivelata una delle regine più importanti della storia: la sovrana, vissuta alla fine del Settencento, ha rivoluzionato le regole scegliendo di non sposarsi dopo un primo disastroso matrimonio e di governare seguendo i dettami dell'Illuminismo.

The Crown (creata e scritta principalmente da Peter Morgan) racconta invece la vita di un'altra delle donne più potenti del mondo: la monarca britannica, la regina Elisabetta II interpretata nell'età adulta da Olivia Coleman. La serie non parla di un'icona femminista in senso stretto (Lilibeth è molto conservatrice) ma di come Elisabetta riesca – anche nella realtà – a governare in un mondo in cui le regole sono imposte dagli uomini. Ovviamente, visto il suo ruolo, deve rispettarne gli aspetti politici e sociali, tuttavia impone sé stessa, emergendo.

La Regina degli Scacchi è una serie che ha lasciato molte persone insoddisfatte per l'assenza di clou nella trama ma che dal punto di vista del femminismo è eccellente. Anya Taylor-Jay interpreta la scacchista Beth Harmons: un personaggio di finzione che però è ispirato al reale campione Bobby Fischer. Si, un uomo. In che modo è femminista, allora, questa serie? Prendere una storia vera e riscriverla al femminile è una vera e propria dichiarazione d'intenti e un atto politico di denuncia.

Secondo quanto si sa del reale campione, l'uomo si riferiva alle giocatrici di scacchi come "non molto intelligenti" non riconoscendo mai il loro valore né il loro talento. In un certo senso, il personaggio di Beth sfida il costrutto sociale della femminilità e lo fa al riparo dalla mondanità, combattendo per le rivendicazioni circa la parità su un terreno a quasi esclusivo appannaggio maschile: il gioco degli scacchi.

E parlando di regine, Pose è la serie che racconta non una ma tantissime storie vere e tantissime vite che realmente hanno abitato New York degli anni Ottanta attraverso una prospettiva queer e transgender. Nessuna donna biologica tra le protagoniste ma donne trans – interpretate da attrici trans - che costruiscono da zero opportunità di riscatto per loro stesse e per i giovani che, abbandonati dalla famiglia perché gay, si rifugiano sotto il loro tetto.

Le questioni dell'identità di genere, del razzismo, dell'esclusione omofoba ma anche dell'importanza dell'istruzione, di un lavoro stabile e di uno stile di vita sano, lointano dal facile guadagno criminale, si intrecciano mettendo a valore il lavoro di tante persone che in passato hanno combattuto per chiedere di essere riconosciute socialmente come pari. Il tutto, accompagnato da musiche e costumi anni Ottante e dall'esperienza del voguing. Imperdibile.

Carissimi amici bianchi

Le quattro stagioni di Dear white people raccontano delle giornate di Samantha White (interpretata da Logan Browning), una studentessa universitaria di razza mista che attraverso il suo programma radiofonico mira ad allertare i suoi compagni di corso circa il razzismo ancora presente alla privilegiata Winchester, una fittizia università della Ivy League.

La parte migliore di questo show è il modo con cui si concentra sulle donne nere e sui personaggi neri queer, lavorando sull'incrocio di messaggi e istanze. Quindi, nel caso in cui siate curiose di approfondire il tema delle proteste legate al femminismo intersezionale, non c'è serie migliore di quella che fa ruotare moltissime questioni come l'emancipazione, il capitalismo, la lotta di classe e la parità di genere sull'asse del razzismo istituzionalizzato.

Creata da Mindy Kaling, la serie Never Have I Ever, ha cavalcato l'onda della rappresentazione di persone BIPOC (Black, Indigenous, People of Colour) senza dimenticare di rivendicare le istanze degli orientamenti sessuali gay e lesbico.

È una commedia romantica per adolescenti (ma anche per adulti) con la voce narrante del campionissimo di tennis John McEnroe che fa da spalla alla protagonista, Devi (interpretata dall'attrice Maitreyi Ramakrishnan), che oltre ai drammi tipici da liceale, si confronta con la sua doppia identità di giovane donna americana di origini indiane portando sullo schermo una battaglia che conoscono bene molte persone delle seconde o terze generazioni che pure si confrontano con la questione dei matrimoni combinati e del sistema di controllo sul comportamento delle donne da parte di altre donne.

Tuttavia, in nessuna serie come in Orange is the new black, creato da Jenji Kohansi, si intrecciano così tante storie di donne così diverse tra loro. Storie che a loro volta si intrecciano con le questioni della razza, della lotta di classe, dell'orientamento sessuale, del fanatismo religioso, del gender gap e del privilegio maschile.

Le donne del penitenziario di Litchfield sono le protagoniste di una commedia abbastanza leggera nonostante l'ambientazione, che prende il via con l'ingresso in carcere di Piper Chapman (Taylor Schilling) che peraltro in un episodio si lancia in una feroce critica al patriarcato. Niente a che vedere con la "cugina" spagnola Vis a Vis, che pur essendo una serie strepitosa non restituisce esattamente l'idea di sorellanza.

Orange is the new black è oltretutto basata sulla reale esperienza di Piper Kerman, che dopo aver passato 13 mesi in carcere per traffico di droga è diventata un'attivista per i diritti delle detenute.

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Mercoledì Addams e House of the Dragon

Tim Burton ha deciso di raccontare la storia di Mercoledì Addams con un progetto in uscita su Netflix per l'autunno 2022, creato da Alfred Gough e Miles Millar, che di certo riporta sullo schermo una femminista che conosciamo bene.

Mercoledì è una bambina – anzi, Jenna Ortega interpreta una liceale - intelligente e scaltra, che non tradisce mai i propri bisogni e desideri, tantomeno per un ragazzo, che si schiera con le categorie marginalizzate al camp Chippewa e organizza un atto di protesta contro conformismo, classismo, razzismo, abilismo e sessismo e usa il suo considerevole intelletto per proteggere la sua famiglia quando è messa in pericolo dalla moglie dello zio Fester.

Non sappiamo ancora quanto la Mercoledì di domani aderirà alla Mercoledì di ieri e ne rispetterà i valori, ma che dire, attendiamo con ansia.

Per Miguel Sapochnik, regista di diversi episodi dell'epica serie Il Trono di Spade (2011-2019), è una seconda volta alle prese con la creazione dei personaggi dei libri scritti da George R.R. Martin. Si, parliamo di House of the Dragon (HBO Max), che è ambientato 200 anni prima degli eventi che abbiamo visto ne Il Trono di Spade dove si assiste all'ascesa - e alla discesa - della madre dei draghi, Daenerys Targaryen (Emilia Clarke).

La differenza tra le due serie non è però soltanto sul piano temporale: mentre Game of Thrones è stato considerato un prodotto sostanzialmente misogino e violento nei confronti dei personaggi femminili, all'indomani del movimento del MeToo e in un clima politico in cui i diritti delle donne sembrano minacciati ogni giorno, House of the Dragon pare stia adottando un approccio diverso.

Non avendolo visto tutto è impossibile dire con certezza se sia una serie femminista, tuttavia si sa già che la storia è incentrata sulla giovane principessa Rhaenyra Targaryen, l'unica figlia di re Viserys I, che non avendo un erede maschio decide di sfidare la tradizione e dichiararla la prima erede donna al Trono di Spade (altolà, c'è del progressismo). Vedremo, le premesse comunque sono buone.

Eugenia Nicolosi
È giornalista, scrittrice e attivista femminista e del movimento Lgbtqia+. Fa parte di e lavora con diverse associazioni e organizzazioni che promuovono la parità di genere e la parità di
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