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Livia Firth: «Senza valori come il rispetto e la compassione, la sostenibilità non esiste»

di Gustavo Marco Cipolla

Livia Giuggioli Firth, figura di spicco nel panorama della moda sostenibile e dell’attivismo per i diritti umani, si racconta in un percorso che va oltre il glamour delle passerelle, svelando il suo impegno contro lo sfruttamento nell’industria del fast fashion.

«Senza valori come il rispetto e la compassione, la sostenibilità non esiste», sottolinea la fondatrice di “Eco-Age” e dei “Green Carpet Fashion Awards”, kermesse che si terrà di nuovo a Los Angeles dopo Milano.

Nonostante la separazione dal marito attore Colin, l’imprenditrice ha scelto di mantenere il cognome da sposata che, nel jet set internazionale, le consente di essere riconoscibile continuando le sue battaglie per un mondo migliore. “Il discorso di Livia” parte da una visione etica e consapevole delle filiere produttive territoriali, passando dall’Asia all’Africa, fino all’America Latina: le sue esperienze in loco e le numerose missioni in diversi Paesi regalano una prospettiva di ispirazione per un cambiamento globale positivo, di cui proprio la moda può essere considerata veicolo e forza motrice.

Livia Giuggioli Firth, Green Carpet Fashion Awards 2023.
Livia Giuggioli Firth, Green Carpet Fashion Awards 2023.

Come è nata l’idea di fondare “Eco-Age” e “ The Green Carpet Challenge”?

L’idea di fondare Eco-Age è stata di mio fratello Nicola, era il 2007 e a quei tempi nessuno parlava di sostenibilità. Era ancora l’epoca dei rapporti di CSR dove le aziende dovevano semplicemente “tick the boxes” … Da imprenditori attivisti abbiamo deciso che si poteva fare meglio di così.  Una delle nostre caratteristiche è proprio l’essere stata, dal primo giorno, una azienda “attivista”, di essere aperti ai cambiamenti e capire come potere amplificare il lavoro che c’è da fare a livello di giustizia sociale e ambientale. Anche il Green Carpet Challenge e’ nato con lo stesso spirito, e un po’  “per caso”, da una opportunita’ incredibile – di trovarmi al fianco di Colin sulla piattaforma di comunicazione più potente al mondo: il red carpet.  E ho deciso di usarlo in maniera diversa…

Quali obiettivi globali avete raggiunto nel campo dell’ecologia e della giustizia sociale?

Abbiamo fatto tanta strada negli ultimi 16 anni, e sicuramente siamo stati parte del cambiamento a livello di percezione (prima) e urgenza (dopo) su quello che tutti chiamano “sostenibilità”, ma pochi riescono a capire o connettere tutti gli aspetti di questa parola complessa e abusata.  C’e così tanto greenwashing oggi, a livelli veramente allarmanti, e il nostro lavoro è ancora piu focalizzato sul tenere il timone dritto per non fare la fine del Titanic….  Oggi più che mai dobbiamo tenere uniti giustizia sociale e quella ambientale, senza separarli mai.  Prendiamo una delle ultime campagne che abbiamo lanciato lo scorso autunno – la FOSSIL FUEL FASHION Campaign – sul fatto che indossiamo petrolio tutti i giorni, visto che più del 60% delle fibre usate nel mondo della moda, e dal fast fashion in particolare, sono sintetiche.  E che quando gettiamo questi vestiti, finiscono nel Global South dove vengono bruciati, in comunità dal Ghana al Kenya dove bambini respirano sostanze tossiche perché noi indossiamo vestiti per così poco tempo.  E’ un discorso complesso che non può fare giustizia in poche righe, ed è solo uno dei mille aspetti che provano che il lavoro più importante da fare oggi è promuovere il rispetto.  Se ci fosse rispetto – per le persone e la natura –  non faremmo la metà di quello che facciamo oggi, come business prima e come cittadini dopo.

Perché la scelta di tornare a Los Angeles con i “Green Carpet Fashion Awards” dopo Milano?

Il mondo è cambiato così tanto negli ultimi anni, e con questo cambiamento anche  l’esigenza di elevare la conversazione sulla sostenibilità a un livello più ampio, oltre le filiere della moda, e proprio a livello culturale.  Per me la moda è sempre stata una lente perfetta attraverso la quale possiamo guardare il mondo e come ci comportiamo. Indossiamo tutti giorni vestiti e accessori che toccano dalla deforestazione dell’Amazzonia e il sopruso di popolazioni indigene, allo sfruttamento di milioni di persone che lavorano nelle filiere e inquinamento di tutto quello che beviamo e mangiamo.  Ma alla fine è una lente, e non possiamo usarla in maniera miope  o ristretta, altrimenti rischiamo l’auto celebrazione e non andiamo da nessuna parte.

Dopo anni di Green Carpet Challenge e di Hollywood, ho avuto la prova che solo a Los Angeles, e solo durante la settimana degli Oscars, avremmo potuto usare questa lente come lente di ingrandimento pazzesca. Unire il potere dell’Entertainement e della Moda, in una maniera che possa avere il massimo impatto per raccontare come le soluzioni per la sostenibilità, per poter accelerare la trasformazione al livello collettivo di cui abbiamo bisogno, siano soluzioni intersettoriali.  La foto di Leonardo Di Caprio con il ministro Brasiliano delle popolazioni indigene, Sonia Guajajara, all’edizione dello scorso anno parla per tutte.

Leonardo DiCaprio e Sonia Guajajara
[/media-credit] Leonardo DiCaprio e Sonia Guajajara

L’esperienza di presentare i risultati del rapporto di The Circle sui salari di sussistenza alla Commissione Europea che impatto ha avuto?

E’ stato un lavoro così faticoso e monumentale, solo raggiungere il fatto di stabilire la legalità dei salari di sussistenza (living wage) come diritto umano fondamentale – ci sono voluti anni.  Gli avvocati di The Circle hanno fatto un lavoro incredibile.

Nel 2017 abbiamo stabilito la legalità di un salario dignitoso per la prima volta nella storia. Grazie all’aiuto di “Trust Law” (Thompson Reuters), “Clean Clothes Campaign” e ai giuristi sul campo in molti Paesi, abbiamo portato avanti un progetto intenso, esaminando tutte le varie legislazioni in materia. Nel 2019, invece, ci siamo soffermati su altri settori che hanno filiere transnazionali per capire, una volta accertata la legalità, come applicare la legge e sotto quale “ramo” giuridico: dal commerciale all’internazionale, fino al sanzionatorio. Nel 2021, dunque, l’idea della proposta legislativa, in seguito presentata al Commissario Ue. Quindi abbiamo realizzato un episodio di “Fashionscapes” che, interamente dedicato all’argomento, è stato distribuito e proiettato in numerose città».

In che modo diventare leader del Cambiamento per le Nazioni Unite ha influenzato il suo impegno a livello mondiale per un cambiamento progressivo?

Per me i premi, o i titoli, sono scuse per continuare a costruire, agitare, aprire porte. Come per anni essere stata la moglie di Colin.  Magari nessuno mi ascolta se sono solo Livia Giuggioli, ma se ho un premio dalle Nazioni Unite o sono la moglie (o ex moglie oggi) di Colin allora sì.  Ma il messaggio è sempre lo stesso.  Quindi ben venga ogni cosa in più che fa prestare attenzione!

Come produttore esecutivo del documentario “The True Cost”, qual è stato il suo ruolo nel portare alla luce le problematiche legate all’industria del fast fashion?

Dopo il crollo di Rana Plaza, nel 2013, Andrew Morgan mi ha mandato una email che praticamente diceva “ehi voglio fare un documentario su quello che è successo e mi hanno detto che devo parlare con te” e l’ho invitato a venire in ufficio a Londra. Da quel momento siamo stati inseparabili. The True Cost è stato fondamentale per portare alla luce la gigante storia di sfruttamento che è dietro i vestiti che indossiamo. E che va avanti ancora oggi, ancora peggio infatti.  In Bangladesh lo scorso autunno gli scioperi dei garment workers sono stati violentissimi, e sono scesi in strada solo per chiedere l’aumento del salario minimo (che da $74 dollari al mese è stato aumentato a $114).

Andrew è uno storyteller speciale, ha una intelligenza emotiva rara, e continuiamo a lavorare insieme: abbiamo fatto 5 episodi di Fashionscapes e lo scorso anno abbiamo appena prodotto un altro documentario “TEXAS, USA” per supportare la campagna dei democratici in America, perché se riusciamo a far votare tutti i texani  per il partito democratico, Trump non potrà mai vincere le elezioni quest’anno!

Quali miglioramenti significativi ritiene siano necessari nel sistema della moda internazionale?

Da dove comincio e quanto tempo abbiamo in questa intervista?! Comunque la cosa fondamentale ora, il cambiamento più importante di tutti, è diminuire la produzione (e il consumo) di capi.  Con l’avvento di Ultra fast fashion brands come Shein e Timu i livelli di urgenza sono oltre il limite rosso.  E applicare i principi della Just Transition come spiega benissimo il professore Hakan Karaosman, o l’attivista Matteo Ward, entrambi a Milano.

I viaggi in Bangladesh, nel 2008 e nel 2015. L’intento era raccontare le conseguenze del crollo dell’edificio Rana Plaza e accendere i riflettori sulle condizioni di lavoro?

Sì – il 2008 era prima di Rana Plaza, prima di tutto infatti.  Ero andata in missione con The Circle, la NGO fondata da Annie Lennox, insieme a Lucy Siegle. Entrare in una fabbrica di vestiti mi ha sconvolto – e mi ha completamente cambiato la vita, e la carriera.

Nel 2013 ha visitato il Brasile e nel 2017 l’Australia, collaborando con gli allevatori e cercando soluzioni sostenibili per la catena di approvvigionamento della pelle nonché della filiera della lana. Come è andata?

Ho visitato tantissime filiere, tanti paesi, incontrato tante persone che lavorano per produrre i vestiti o gli accessori che indossiamo. In Australia, gli allevatori delle pecore per capire la filiera della lana, in Botswana per le miniere di diamanti, in Kenya, Bangladesh, Cambodia, Zambia per le fabbriche manifatturiere, in Brasile per parlare con i rancheros sulla filiera della pelle, e in molti altri posti.  Senza questi viaggi e queste esperienze “on the ground” non potrei mai fare il mio lavoro per bene, perché l’industria della moda non solo ha la filiera più lunga del mondo, ma è una filiera fatta di mani, di persone, di vite.  Non puoi capire quello che c’è dietro un golf di lana, per esempio, se non hai parlato con un contadino che vive tutti i giorni con le pecore e cerca di capire come portare avanti un business in maniera sostenibile. O indossare un anello di diamanti senza capire l’impatto che ha sulla comunità locale. E’ tutto collegato. Siamo tutti interconnessi.  E’ un po’ come il concetto africano di “Ubuntu” – solidarietà, compassione, rispetto e dignità. Senza questi valori non esiste la sostenibilità.

[/media-credit] Livia Giuggioli Firth, Tom Ford eCate Blanchett, Green Carpet Fashion Awards 2023.